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Severino: «La spinta di giovani e digitale cambia la pubblica amministrazione» #adessonews


Severino: «La spinta di giovani e digitale cambia la pubblica amministrazione»Severino: «La spinta di giovani e digitale cambia la pubblica amministrazione»

CernobbioPaola Severino, 73 anni, avvocato di successo e prima donna in Italia ministro della Giustizia (nel governo Monti), attuale di vicepresidente dell’Università Luiss e presidente della Sna, la Scuola nazionale dell’amministrazione, sa bene che in uno scenario economico complicato dalla crisi energetica e dall’inflazione come quello attuale, «migliorare la competitività e l’attrattività dell’Italia dà una spinta decisiva alla crescita».

Professoressa Severino, da dove si deve cominciare per vedere il cambiamento?

«Parto da un dato: ci hanno ricordato al Forum di Cernobbio che se ogni azienda italiana usasse il digitale fin dalla progettazione, il Pil aumenterebbe del 14%. Il tema del digitale, perciò, è centrale per l’economia del Paese. Ma per diventare digitali e saper programmare, dobbiamo avere una formazione specifica. Ecco perché il sistema delle università e la pubblica amministrazione giocano un ruolo fondamentale».

«Dobbiamo incentivare i giovani, rendere attrattivo questo settore. Da anni abbiamo introdotto alla Luiss corsi di laurea che insegnano, insieme alla capacità di management, le abilità di padroneggiare le scienze digitali. Il digitale è una dote che dobbiamo offrire ai nostri ragazzi. La Luiss è stato il primo ateneo a istituire un master e una cattedra in cybersecurity. Lo scelgono così in tanti che lanceremo anche un master in inglese oltre a quello in italiano. I giovani con questa specializzazione sono immediatamente assorbiti delle imprese».

Parliamo della Pubblica amministrazione.

«Sta andando nella stessa direzione. Finalmente ci siamo dotati di un’agenzia per la sicurezza cibernetica nazionale, che nei prossimi 2 o 3 anni dovrà assumere circa 800 persone esperte in programmazione digitale e cyber security. La Pa deve adeguarsi e fare formazione per difendere i ministeri e le altre amministrazioni dagli attacchi informatici, ma la trasformazione è necessaria anche per aiutare l’economia pubblica e privata a crescere. Poter contare su dipendenti pubblici dotati delle competenze necessarie per affrontare le sfide della transizione digitale e ambientale fa la differenza, anche in termini di qualità dei servizi. Da quando, un anno fa, sono stata nominata dal ministro Brunetta presidente della Sna, abbiamo lavorato sodo per tessere alleanze: da un lato sui territori, con le università e le istituzioni locali, dall’altro lato a livello internazionale, con i centri di alta formazione».

Qual è la situazione oggi?

«Ci sono banche dati, ma non comunicano tra di loro. L’interoperabilità è un valore importantissimo».

Quanto ci vorrà per digitalizzare la Pa?

«Abbiamo step precisi. In materia di contratti d’appalto, il codice è in via di approvazione, ma stiamo già formando i dirigenti sulle nuove procedure. Stiamo creando una piattaforma per avere contratti più trasparenti e un percorso più snello. Come Sna partiamo dai dirigenti delle amministrazioni».

Come si invogliano i giovani a lavorare nella Pa?

«Dobbiamo risvegliare l’orgoglio di appartenere alla Pa. Mio nonno era ingegnere e scelse di lavorare per il genio civile. La Pa deve diventare un luogo dove si fa molto e bene. Le norme introdotte nell’ultimo biennio e i nuovi contratti di lavoro aiutano a valorizzare le specializzazioni, sia nell’accesso sia nei percorsi di carriera. È cruciale che le energie e le competenze dei giovani irradino la cosa pubblica come già accade per le imprese. Dall’anno prossimo, la Sna potrà direttamente erogare master e dottorati di ricerca. La legge è stata varata solo un mese fa, ma possiamo già programmare accordi con le università. Partiremo subito, e mi auguro che anche gli atenei siano stimolati a erogare master specifici per il settore pubblico. La Sna deve essere un grande hub tra Pa, mondo delle imprese e università. Per alimentare l’interazione pubblico-privato, la Scuola ha già cominciato a creare «comunità di pratica», corsi che riuniranno dirigenti del mondo delle aziende e della Pa su specifiche tematiche. Armonizzare il linguaggio e confrontarsi sulle criticità è fondamentale. Bisogna vincere la diffidenza reciproca. I primi esempi di partnership pubblico-privato in materia di appalti esistono già».

Giovani a parte, che succederà ai dipendenti pubblici con conoscenze obsolete?

«Dall’inizio del 2022 il Dipartimento della Funzione pubblica ha avviato accordi con tutte le Università per il progetto “Pa 110 e lode”: già 70 atenei offrono ai dipendenti pubblici l’iscrizione a condizioni agevolate a corsi di laurea, master e corsi di specializzazione. Contemporaneamente è partito Syllabus, per il potenziamento delle competenze digitali. L’estate scorsa abbiamo lanciato alla Sna la prima Summer School per la Cybersicurezza, rivolta ai vertici delle amministrazioni centrali: ha riscosso un grandissimo successo».

Quanto tempo ci vuole per adeguare la Pa ai tempi moderni?

«Per formare un’intera classe dirigente almeno 3 o 4 cicli completi di formazione. Il mio incarico alla Sna dura cinque anni e termina nel 2026, in coincidenza con il completamento del Pnrr. Senza rallentamenti sulla tabella di marcia, la spinta alla digitalizzazione e all’innovazione formativa può davvero cambiare pelle alla Pubblica amministrazione. Una riforma vitale per la competitività del Paese e per l’equità».

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